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Gino Votano : il territorio, la storia, la
gente

di
Daniele ZANGARI
Era
giusto finalmente ricordare la figura di
Gino Votano. Questo Convegno è il
riconoscimento dovuto ad un uomo che ha
dedicato la propria esistenza alla ricerca
storica e alla raccolta di documenti sulla
Calabria, su Reggio e il suo rione Archi, in
modo particolare. Gino Votano, un uomo
d'altri tempi che ha dato un sicuro
contributo alla vita della sua Archi. Uomo
d'onestà adamantina, era assai arguto e
brillante, narratore instancabile di
aneddoti e di storielle. E' sempre bene
quando qualcuno si occupa della propria
storia. Votano ha lavorato sempre in
silenzio, schivo e restio ai clamori, ha
pubblicato tutte le sue opere privatamente.
E' giusto quindi che le sue opere siano
finalmente conosciute da un pubblico più
vasto, siano lette e studiate, come egli
merita per l'impegno e la passione profusi
in tanti anni. Dalle ricerche dello studioso
Votano sono emersi risultati straordinari,
sconosciuti al più vasto pubblico. Nella sua
"Storia di Archi" ci racconta di episodi e
situazioni storiche, con l'ausilio di
documenti, che danno il senso dell'impegno
che il Votano ha profuso allo studio e alla
ricerca storica. Come sappiamo, la Calabria
fu la prima regione abitata dell'Italia. Da
principio fu detta Conia o Saturnia. I
barbari la chiamarono Brettia. Questa è la
terra che dai Greci fu chiamata "Esperia",
terra del tramonto. E nelle ricerche di
Votano sono emersi risultati sorprendenti:
Pentimele fu il primo luogo abitato di
Reggio. La collina di Pentimele prende il
suo nome in forza di una leggenda che parla
di cinque bellissime fanciulle uguali
nell'aspetto che abitavano sulla collina, le
quali per farsi distinguere dai
corteggiatori, al tramonto intonavano cinque
canti diversi (da qui pentì mele = cinque
canti). Intorno al XIII secolo a.C. e fino
al XII si hanno notizie della presenza di
tribù Ausonio e coliche. Infatti il toponimo
Lupardini, secondo il Rholfs risale al
termine Liparini, cioè di Lipari; l'isola da
cui giunse il re Ausonio Giocasto, che fonti
storico letterarie (Eraclide Pontico e
Diodoro Siculo) confermano abbia fondato il
suo regno nei paraggi di Reggio nell'età del
Bronzo recente (XII sec. a.C.). Il culto di
Giocasto fu tramandato dai calcidesi che
coniarono delle monete con la sua immagine
nel V sec. a.C.. Le stesse fonti confermano
che il celebre e mitico Menhir di Giocasto
(1268 a.C.) sorgeva appunto alla base della
collina di Lupardini. Giocasto, figlio di
Eolo, sovrano delle Lipari, re di Rhegion
(1289 a.C.) fu ucciso secondo la leggenda da
un drago. Reggio fu sede di antiche Scholae
e Confraternite, dalle orfiche alle
pitagoriche. L'orfismo (XII sec. a.C.) vive
nella dialettica materia-spirito e nel suo
svolgimento ciclico, la materia e la morte,
intesa come suprema iniziazione. In questa
visione vanno lette la morte di Giocasto, il
rinsavimento di Oreste, l'assasinio di
Kroton. Herakles, passando con i suoi
armenti da Pallanzio Reggina, tributò il suo
omaggio al gigantesco menhir di Giocasto
(1244 a.C.). Il Votano nella sua narrazione
puntuale afferma che nella vallata del
Rosignolo fu eretta la chiesa di S. Maria
del Bosco o dell'Arco. Da qui il nome Archi
al villaggio reggino.
Nell'era quaternaria a Lupardini viveva il
pinguino boreale, detto Alca Impennis. Nel
medio pleistocene (50.000 a.C.) nelle alture
di Lupardini giocava un bambino di 5 anni
(il prof. Adolfo Berdar rinvenne una
mandibola del bambino di Neandhertal. Sulla
collina di Pentimele vivevano cervi,
rinoceronti e elefanti. La leggenda narra
che Oreste infisse nella roccia la sua spada
di bronzo e innalzò in un boschetto (vallata
del Rosignolo) vicino Reggio un Tempio in
onore di Apollo Minor. E proprio nel porto
che sorgeva di fronte la collina di
Pentimele, sbarcò nel 62 d.C. S. Paolo, che
si fermò nel vicino tempio di Diana, da dove
iniziò la testimonianza della sua fede che
poi porterà a Roma, allora centro del mondo.
Tutto questo ci narra Gino Votano, con
semplicità e ricchezza di contenuti.
Speciale attenzione è stata posta dal Votano
ai fenomeni sociali, come la "Repubblica di
Filadelfia (4 maggio 1870), durata tre
giorni. La sollevazione popolare fu guidata
da Ricciotti Garibaldi che si pose alla
testa di un moto antigovernativo in cui
confluirono filoborbonici, briganti e
cattolici. La rivolta partì da Curinga, dove
fu proclamato il governo provvisorio
repubblicano. A Filadelfia nel contempo
veniva proclamata la Repubblica Universale.
Il sogno utopico svanì presto e i rivoltosi
furono sconfitti a Cortale dalle truppe
regie e il figlio di Garibaldi, dopo essersi
battuto strenuamente, riuscì a sfuggire alla
cattura. Un discorso a parte merita il libro
di Votano "Il Popolo calabrese: mastri,
tamarri, gnuri e galantuomini". Per molti il
termine "tamarro" è un'ingiuria, ma in
questa parola, come in altre, si denominano
le classi rurali calabresi che seppero con
orgoglio, lavoro e sacrifici combattere la
malaria e le incursioni saracene. II popolo
contadino, legato alla propria terra e alla
propria cultura, diede la caccia ai
giacobini e fece la fortuna dei baroni,
proprietari terrieri, i cosiddetti "gnuri".
Un popolo che rifiutò la piemontesizzazione
dei propri costumi per ribadire la propria
identità e specificità contro la forzata
colonizzazione dei nuovi conquistatori,
pagando con la vita la sua ribellione. Il
Conte Carlo Plutino, nei primi anni del XIX
secolo, fu uno degli imprenditori più
innovativi. Nelle sue tenute di Archi aveva
allestito un sistema integrato di aziende
agricole intorno alle colture specializzate,
attuando un sistema di canalizzazione delle
acque dei sette fiumi del territorio.
Inoltre, nel reggino esistevano 102 filande
che davano occupazione ad oltre 3.000
operai, soprattutto donne. Mastri
scalpellini e intagliatori, artigiani,
lavoratori tessili che producevano panni e
abiti ricercati anche dal poeta D'Annunzio,
davano lustro e ricchezza alle nostre
contrade. Esistevano una borghesia e un
clero, in cui galantuomini, canonici ed
abati diedero sviluppo allo spirito
associazionistico attraverso confraternite,
logge e società di mutuo soccorso al
servizio del progresso del popolo. Esporre
tutte le opere del Votano, a questo punto,
ci porterebbe molto tempo. Basta citare
soltanto, altri due scritti: "Psicologia
della Memoria", uno studio sui rapporti tra
le memoria e i suoi riflessi nelle attività
umane e artistiche; "Classi sociali ,
associazioni e partiti politici in
Calabria", una ricostruzione storica della
formazione dell'opinione pubblica e dei
rapporti tra classi sociali e nuove identità
politiche in Calabria. Concludiamo questa
nostra esposizione con la speranza che
questi scritti di Gino Votano, nel loro
complesso così semplici ed accurati, possano
utilmente servire anche in un ambito più
vasto e più elevato. Per un territorio come
Archi, queste ricostruzioni di microstoria
sono anche un riferimento civile per quei
giovani che guardano alla terra dove vivono
come un quartiere attualmente in degrado.
Questa "Storia" può rappresentare
un'eredità, un richiamo alla memoria storica
di un mondo con le sue tradizioni, le sue
specificità e identità scomparse per
l'ignoranza e l'incuria degli uomini. Una
storia così nobile, cancellata da
cataclismi, rovine e violenze non può essere
dimenticata, ma va invece rivalutata e
rivissuta nelle scuole, nella toponomastica,
ma, soprattutto, nella coscienza civile dei
suoi abitanti. Daniele Zangari |
di
Lillo Neri
Gino Votano chiedeva con insistenza la
partecipazione, credo sia stata una sua
prerogativa culturale, l’esigenza di stare
insieme, di concretizzare insieme un
miglioramento delle condizioni associative
quindi affettive e sociali. La scelta
dell’associazionismo è importante nel
momento in cui i soci si guardano intorno,
guardano cioè a un territorio, un territorio
geografico come Archi, un territorio o
meglio un bacino sociale in altri casi.
Quasi un bisogno di migliorare
migliorandosi, una ricerca di perfezione
continua. Era così Gino Votano. Un carico di
simpatia e umanità, ma anche di buona
compagnia con una gamma di battute che
andavano dal popolare al colto. Una
citazione era una ricerca, una soluzione, un
modo per sorridere insieme, per stare bene
insieme. Il candore come arma sorprendente,
come strumento genuino di cultura, come
sforzo a migliorarsi o come diceva a non
sbagliare. Laddove l’errore era urtare la
sensibilità, entrare nel mondo degli altri
senza prima aver chiesto più volte permesso.
Associazionismo per lui significava assoluta
attenzione all’altro. Nella sua sensibilità
piena, nella comprensione dei suoi bisogni,
delle sue mancanze culturali. Ecco Gino
Votano non è mai entrato in testa o in casa
a nessuno e forse troppo spesso questa
straordinaria sensibilità umana, la
concezione dell’empatia non si riusciva
sempre a riconoscere, ad abbracciare.
Abbracciare era una delle parole chiave di
Gino Votano. Un abbraccio, come momento di
trasporto umano, di incontro assoluto
spirituale, di assenso, di un bisogno
assoluto di ritrovarsi, come a sottolineare
il senso platonico del gesto. Un ritrovarsi
dopo la caverna, dopo le tenebre. Questo
straordinario senso umano della società,
dello stare insieme, era sempre accompagnato
da un sorriso, anche quando il sorriso
costava fatica per il male. Cinque anni, gli
ultimi cinque, di cose dolcissime, vissute
dentro, per non disturbare chi stava bene,
per non disturbare la felicità altrui, per
non disturbare la ricerca degli altri. Qui
ci sono oggi ragazzi e bambini, queste
parole possono sembrare difficili, arcane
come diceva Gino, ma lui si esprimeva con i
gesti della dolcezza, della curiosità,
dell’amore per gli altri e per la vita.
Dirompente in tutti i suoi aspetti, al di là
delle necessità, al di là della fatica, con
un senso assoluto di fedeltà a principi e
persone. Una filosofia dolcissima, fatta di
ricami sottili, impercettibili e dolcissimi,
di tolleranza, di sguardi furtivi di
dolcezza infinita, di un sorriso grande che
veniva da lontano, lontano dal mondo degli
affari, vicino al cuore degli uomini. Questo
era l’associazionismo per Gino Votano, una
carezza dolce, un buffetto, un
corteggiamento gentile come ricordava
parlando degli spiritelli danteschi.
Dell’amore di Dante per Beatrice, che
intendeva quasi come un annuncio del
neoplatonismo quattrocentesco. Dante à stata
una delle sue letture preferite fino alla
fine. Per lui, il libro, il saggio, la
poesia erano sinonimi di educazione e
passione di vita, una sfera per uscire dalle
tenebre, un’illuminazione che spinge l’uomo
ad abbracciare l’altro. Oltre ogni possibile
confine. Gino Votano è nato in una città
colpita dal terremoto, ha vissuto la
ricostruzione, gli anni dei fichi secchi, in
un quartiere troppo spesso sacrificato,
eppure ha lanciato una sfida gentile, forte
e gentile, quella della lettura, della
cultura “per non rimanere bruti”, ecco
l’idea della politica di Hobbes. Non lupi
agli altri uomini, ma un invito cortese,
gentile, un tentativo di incontrarsi a
tavola, con una citazione, scandendo versi
che hanno addomesticato gli animi più
difficili. Tutto qua e non è poco, è appena
una linea per leggere una vita, una vita che
non voleva insegnare nulla, ma che tracciava
davanti ai nostri occhi momento dopo momento
dei segni, dei sorrisi, delle carezze,
tracce di umanità. Una linea indelebile tra
esperienza e ragione. E da una parte si
sommava la fatica degli anni giovanili e
dall’altra l’argomentazione degli studi.
Come su una barca in tempesta bisognava
navigare. Ecco Gino Votano, ecco una parte,
eccone appena appena una lettura. In lui
c’era sempre una disponibilità fino al
limite delle possibilità fisiche e del senso
del dovere. Fino alla fine ha fatto quanto
poteva fisicamente e non ha mai dichiarato
noia per un male terribile, quasi fosse una
sofferenza dovuta per la vita che gli era
stata regalata. Un’avventura ponderata in
anni diversi e difficili, ma vissuti in modo
splendido alla ricerca dell’altro, di quelle
colonne d’Ercole della conoscenza dell’Uomo
che lo affascinavano come nessuna altra
cosa. Anche la sua partecipazione ai lavori
del circolo Calcidese, discreta, come
sempre, ma sempre presente, attiva,
soprattutto nei momenti di sconforto. Gesti
e comportamenti che fatichiamo a leggere, a
decifrare, perché andiamo troppo di fretta,
troppo di fretta. Eppure gli occhi di Gino
erano dolci e colmi di speranza che come
diceva lui è l’ultima a morire, quasi un
richiamo alla comunità, agli altri, a se
stesso. La speranza è l’ultima a morire,
perché nella speranza si nasconde la vita,
quella fiammella che avvicina gli uomini,
non più lupi gli uni verso gli altri. Ecco
qui ad Archi, Gino Votano è vissuto, eppure
in tanti sono riusciti a leggere la sua
fiamma. I suoi libri li stiamo vedendo
adesso, inaspettati, ancora una volta,
ancora una volta una sorpresa, per dirci che
è ancora qui con noi. E’ come un altro
sorriso che ci dona, per chiederci ancora di
stare vicini, insieme.
Lillo Neri
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